giovedì 22 novembre 2007

Richard Stallman: "Con i miei principi cambio la vita agli utenti e sto lanciando tanti business alternativi"



Richard Stallman, l’anarchico dei computer, pretende due promesse da ogni intervistatore. E si spiega con l’energia del profeta e la calma del professore: «Prima condizione: Non confondete mai il mio sistema operativo con Linux». «Secondo: il mio sistema non è assolutamente “open source”. Capito? Altrimenti quanto dirò non avrà valore». E poi chiede una cortesia (sebbene anarchico, è attento alle forme). Non ama essere chiamato mister Stallman. Lui è Dr. Stallman.

Dottor Stallman, lei è celebre per essere il padre del «Free software movement» e per le crociate contro Microsoft e Apple: è appena stato in Italia a parlare del suo movimento, che continua a crescere. Ha un’idea di quanti sono i suoi seguaci?
«Non ne ho assolutamente idea».

E’ sicuro?
«Il mio movimento significa libertà e, quindi, non c’è nessuno che si occupi di controlli simili. Il principio è che nessuno deve dire a nessun altro che cosa sta facendo. Comunque c’è chi fa lo stesso delle stime».

E quindi? Di che ordine di grandezza si parla?
«Circa 10 milioni di persone e un milione di “developers”, i creativi».

Di recente chi l’ha più colpita di questa «tribù» globale?
«Nello Stato indiano del Kerala molte scuole cominciano a utilizzare il free software: ancora due-tre anni e saranno milioni gli studenti coinvolti».

Nell’altro grande emergente, invece, la Cina, non avete altrettanta fortuna: perché?
«Perché l’idea di collaborazione e condivisione, che è alla base della nostra filosofia, è guardata con sospetto, come una sgradevole eredità del comunismo».

In realtà, anche in Occidente, sono molti gli scettici: provi a convincerli.
«Il mio movimento è “libero”! Io uso questa parola italiana, perché è molto meglio di “free”. Significa che non è gratis, ma libero, appunto. L’idea è che chi utilizza un software dev’essere libero, sia di usarlo sia di modificarlo. Al contrario il software non libero tiene le persone divise e le lascia indifese».

Quindi si possono anche fare i soldi?
«Se si vuole, sì. E’ un aspetto secondario: non mi interessa. A me interessa - lo ripeto - la libertà».

Il suo sistema operativo, però, ha dei limiti: non è così?
«Ho cominciato nell’83, sviluppando un sistema compatibile con Unix e l’ho chiamato GNU, che è il nome di un animale africano, ma è anche e soprattutto una sigla che significa “GNU is Not Unix”. Abbiamo scritto le varie parti da quelli che chiamiamo in gergo gli “scratch”, scarti presi qua e là».

Costruirlo è stato un processo laborioso ed è per questo che avete avuto bisogno di un alleato, Linux.
«Linux ha fornito il “kernel”, il nucleo del sistema operativo, che deve fornire ai processi un accesso sicuro e controllato all’hardware, ma Linux è diverso da noi».

In che senso?
«Collabora con noi, però non ha le nostre preoccupazioni ed evita di sollevare le questioni etiche che tanto ci stanno a cuore».

Lei sostiene di voler liberare gli individui, ma poi riconosce che il free software, quando viene modificato, può essere non solo scambiato, ma anche venduto. Allora, implicitamente, riconosce che esiste la «proprietà intellettuale». O no?
«Questo è un grosso errore! Lei - e tanti altri - si aspetta che mi dichiari a favore o contro. Ma la definizione “proprietà intellettuale” non è un insieme coerente. In realtà si riferisce a principi diversi e a leggi diverse. In gioco c’è il copyright, ci sono le norme sui brevetti, le disposizioni nazionali e internazionali sul commercio... Non ha senso mischiare tutto e mi rifiuto di usare questa formula: altrimenti si fa il gioco degli avvocati, che mistificano questioni differenti».

Lei, però, non risponde.
«Per rispondere devo prima chiarire i concetti e le idee. Al centro ci devono essere i diritti delle persone che utilizzano il software e, d’altra parte, è giusto riconoscere quelli di chi lo sviluppa: non ci vedo alcuna contraddizione. Grazie al free software, infatti, si aprono nuove strade per il business».

Per esempio?
«Solo in Francia, per esempio, oggi ci sono più di 10 mila posti di lavoro grazie a società nate dal free software».

Lei riconosce il business «mini», ma si scatena contro il «maxi», come Microsoft e Apple: secondo la sua filosofia, non c’è possibilità di compromesso? «No».

Spieghi.
«Queste società progettano il software per controllare il mondo e ostacolare l’innovazione democratica».

Non le sembra un attacco demagogico?
«No, per me sono il male, perché contraddicono le quattro libertà del mio movimento».

Ce le ricordi.
«Ce ne sono quattro, definite da 0 a 3. La 0 è la libertà di usare il software come si vuole. La 1 è la libertà di studiare e cambiare il codice “source code” come si vuole. La 2 è la libertà di copiare e distribuire il software come si vuole. La 3 è la libertà di creare e distribuire versioni modificate, come si vuole. Con queste quattro libertà gli utenti hanno il pieno controllo dei loro computer e possono utilizzarli per cooperare in una comunità».

Addio copyright, allora.
«Invece del copyright ho lanciato il copyleft: la condizione obbliga che chi modifica un software consenta a qualcun altro ulteriori modifiche, con lo stesso grado di libertà. Così la catena non si interrompe mai».

E’ un principio che su Internet sta raccogliendo consensi.
«Sì. E sulla Rete è fondamentale battersi per preservare la libertà, anche se ci sono molti casi di controllo e di censura».

Si sente un profeta?
«No! Non ho un’organizzazione centralizzata, che possa prendere decisioni e condizionare le persone».

Ma lei ha creato la Free Software Foundation.
«Che si limita a promuovere iniziative e campagne. Per chi lo vuole!».Richard Stallman, l’anarchico dei computer, pretende due promesse da ogni intervistatore. E si spiega con l’energia del profeta e la calma del professore: «Prima condizione: Non confondete mai il mio sistema operativo con Linux». «Secondo: il mio sistema non è assolutamente “open source”. Capito? Altrimenti quanto dirò non avrà valore». E poi chiede una cortesia (sebbene anarchico, è attento alle forme). Non ama essere chiamato mister Stallman. Lui è Dr. Stallman.

Dottor Stallman, lei è celebre per essere il padre del «Free software movement» e per le crociate contro Microsoft e Apple: è appena stato in Italia a parlare del suo movimento, che continua a crescere. Ha un’idea di quanti sono i suoi seguaci?
«Non ne ho assolutamente idea».

E’ sicuro?
«Il mio movimento significa libertà e, quindi, non c’è nessuno che si occupi di controlli simili. Il principio è che nessuno deve dire a nessun altro che cosa sta facendo. Comunque c’è chi fa lo stesso delle stime».

E quindi? Di che ordine di grandezza si parla?
«Circa 10 milioni di persone e un milione di “developers”, i creativi».

Di recente chi l’ha più colpita di questa «tribù» globale?
«Nello Stato indiano del Kerala molte scuole cominciano a utilizzare il free software: ancora due-tre anni e saranno milioni gli studenti coinvolti».

Nell’altro grande emergente, invece, la Cina, non avete altrettanta fortuna: perché?
«Perché l’idea di collaborazione e condivisione, che è alla base della nostra filosofia, è guardata con sospetto, come una sgradevole eredità del comunismo».

In realtà, anche in Occidente, sono molti gli scettici: provi a convincerli.
«Il mio movimento è “libero”! Io uso questa parola italiana, perché è molto meglio di “free”. Significa che non è gratis, ma libero, appunto. L’idea è che chi utilizza un software dev’essere libero, sia di usarlo sia di modificarlo. Al contrario il software non libero tiene le persone divise e le lascia indifese».

Quindi si possono anche fare i soldi?
«Se si vuole, sì. E’ un aspetto secondario: non mi interessa. A me interessa - lo ripeto - la libertà».

Il suo sistema operativo, però, ha dei limiti: non è così?
«Ho cominciato nell’83, sviluppando un sistema compatibile con Unix e l’ho chiamato GNU, che è il nome di un animale africano, ma è anche e soprattutto una sigla che significa “GNU is Not Unix”. Abbiamo scritto le varie parti da quelli che chiamiamo in gergo gli “scratch”, scarti presi qua e là».

Costruirlo è stato un processo laborioso ed è per questo che avete avuto bisogno di un alleato, Linux.
«Linux ha fornito il “kernel”, il nucleo del sistema operativo, che deve fornire ai processi un accesso sicuro e controllato all’hardware, ma Linux è diverso da noi».

In che senso?
«Collabora con noi, però non ha le nostre preoccupazioni ed evita di sollevare le questioni etiche che tanto ci stanno a cuore».

Lei sostiene di voler liberare gli individui, ma poi riconosce che il free software, quando viene modificato, può essere non solo scambiato, ma anche venduto. Allora, implicitamente, riconosce che esiste la «proprietà intellettuale». O no?
«Questo è un grosso errore! Lei - e tanti altri - si aspetta che mi dichiari a favore o contro. Ma la definizione “proprietà intellettuale” non è un insieme coerente. In realtà si riferisce a principi diversi e a leggi diverse. In gioco c’è il copyright, ci sono le norme sui brevetti, le disposizioni nazionali e internazionali sul commercio... Non ha senso mischiare tutto e mi rifiuto di usare questa formula: altrimenti si fa il gioco degli avvocati, che mistificano questioni differenti».

Lei, però, non risponde.
«Per rispondere devo prima chiarire i concetti e le idee. Al centro ci devono essere i diritti delle persone che utilizzano il software e, d’altra parte, è giusto riconoscere quelli di chi lo sviluppa: non ci vedo alcuna contraddizione. Grazie al free software, infatti, si aprono nuove strade per il business».

Per esempio?
«Solo in Francia, per esempio, oggi ci sono più di 10 mila posti di lavoro grazie a società nate dal free software».

Lei riconosce il business «mini», ma si scatena contro il «maxi», come Microsoft e Apple: secondo la sua filosofia, non c’è possibilità di compromesso? «No».

Spieghi.
«Queste società progettano il software per controllare il mondo e ostacolare l’innovazione democratica».

Non le sembra un attacco demagogico?
«No, per me sono il male, perché contraddicono le quattro libertà del mio movimento».

Ce le ricordi.
«Ce ne sono quattro, definite da 0 a 3. La 0 è la libertà di usare il software come si vuole. La 1 è la libertà di studiare e cambiare il codice “source code” come si vuole. La 2 è la libertà di copiare e distribuire il software come si vuole. La 3 è la libertà di creare e distribuire versioni modificate, come si vuole. Con queste quattro libertà gli utenti hanno il pieno controllo dei loro computer e possono utilizzarli per cooperare in una comunità».

Addio copyright, allora.
«Invece del copyright ho lanciato il copyleft: la condizione obbliga che chi modifica un software consenta a qualcun altro ulteriori modifiche, con lo stesso grado di libertà. Così la catena non si interrompe mai».

E’ un principio che su Internet sta raccogliendo consensi.
«Sì. E sulla Rete è fondamentale battersi per preservare la libertà, anche se ci sono molti casi di controllo e di censura».

Si sente un profeta?
«No! Non ho un’organizzazione centralizzata, che possa prendere decisioni e condizionare le persone».

Ma lei ha creato la Free Software Foundation.
«Che si limita a promuovere iniziative e campagne. Per chi lo vuole!».

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